La paura di non essere creduto

La paura di non essere creduto

Daniele è stato in Afghanistan. Ora la paura non lo molla più. La paura di raccontare ciò che ha visto.

Le chiamano donne, quelle cui viene impedito di uscire di casa se non accompagnate da un uomo della famiglia, obbligate a sposare uomini che hanno trenta o quarant’anni in più, quelle - oltre 2000 ogni anno - aggredite o violentate perché osano andare a scuola.
 

Quando sono tornato dall’Afghanistan, mi è venuta. E non la smette, ricompare ogni volta che mi si chiede “come è andata? Com’è la situazione laggiù?”. Ho scoperto che non alzo gli occhi mentre parlo, racconto a testa bassa con angoscia, l’angoscia di osservare nel volto di chi mi ascolta la compassione verso un infelice, o la disapprovazione verso un bugiardo.  

Li chiamano campi profughi, quelli dove si cerca di vivere a 20 sotto zero d’inverno e a 40 sopra zero d’estate. Migliaia di esseri umani sono in vita in agglomerati di fango, nylon e lamiere. I funzionari strapagati delle grandi agenzie o delle ambasciate internazionali, dall’alto dei loro blindati, non possono far finta di non vedere, perché i campi - 14 nella sola Kabul - sono spesso nel bel mezzo delle città. Quegli esseri umani che muoiono di freddo, di malattie, di fame, cui nessuno garantisce un accidente d’acqua potabile, hanno lasciato da dieci anni villaggi e aree del loro stesso Paese, dove c’è una guerra che è cominciata e non smette più.

Le chiamano donne, le chiamano bambine, quelle cui viene impedito di uscire di casa se non accompagnate da un uomo della famiglia, quelle obbligate a sposare uomini che hanno trenta o quarant’anni in più, quelle - oltre 2000 ogni anno - aggredite o violentate perché osano andare a scuola. Quelle che chiedono giustizia e ricevono indifferenza, o nuove violenze e discriminazioni perché denunciano i loro oppressori.

Li chiamano esseri umani, quei 18 milioni di afghani (il 60% della popolazione, come i Paesi più disgraziati d’Africa) che vivono con meno di 1 dollaro al giorno: senza un presente, senza un futuro, traditi da chi diceva che li avrebbe liberati e difesi e che ora, senza vergogna, si mette d’accordo con i nemici di un tempo, i peggiori  aguzzini e criminali.

Dicono che è un impegno di pace, dicono che è un successo, dicono che è sviluppo.

Io, invece, direi che “successo” sono le caprette che consegniamo come microcredito alle donne vedove ed emarginate, che possono così sfamare e sostenere i loro bambini (Daniele è collaboratore di "Insieme si può... onlus", ndr). Direi che “pace” sono quelle giovani donne, grandi come monumenti, impegnate nei movimenti per i diritti umani nel loro Paese: fanno vite d’inferno, perseguitate ovunque, ma sono in cammino, a testa alta. Direi che “sviluppo” sono i piccoli ospedali, le scuole, i rifugi, gli orfanotrofi che con fatica vengono sostenuti da quanti si occupano per davvero degli ultimi, dei senza diritti, degli inascoltati.

Direi che la cosa più importante è semplice: cosa ne è delle donne, dei bambini, dei poveri.
 
Ecco perché sono infantile e utopista, ecco perché non ne capisco di logiche internazionali. Ecco perché sono persino in malafede, sono politicizzato, furbo… Ecco perché non se ne va, quella paura.
 

Daniele Giaffredo
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