MACETE IN MANO, PIEDI SCALZI, OCCHI PROFONDI

In viaggio per il Karamoja, la Land Cruiser piena zeppa di borse e borsoni, medicine, viveri, coperte, vestiti. 500 chilometri di strada, 11 ore di viaggio: ora tocca a noi.

Con occhi spalancati ci guardano incuriositi. I piedi scalzi, le grida dei più piccoli, le voci timide dei più grandi, l’odore forte ed intenso. Mi tremano le ginocchia.
 

È notte fonda e lo sento, il profumo dell’Africa, dolciastro ed intenso. Il passaporto e cinquanta dollari in mano, sono le tre di mattina. Benvenuti in Uganda!
A Kampala. Il movimento è frenetico, le voci tante, ad ogni ora. La città non dorme mai. Di notte mi svegliano dei rumori, i cani che abbaiano, gente che parla. Saranno le 4 del mattino. Mi sento piena di vita.
In viaggio per il Karamoja, la Land Cruiser piena zeppa di borse e borsoni; medicine, viveri, coperte, vestiti. 500 chilometri di strada, 11 ore di viaggio: ora tocca a noi. Ai lati gente che cammina, scalza, paziente; bambini in divisa scolastica, mamme con i figli sulla schiena, donne con taniche di acqua in testa. Ci accompagnano per tutto il tragitto. Mi sono appisolata. Sono gli ultimi chilometri asfaltati. Eccolo lì infatti, l’inizio della fine. La macchina fa uno scossone, la scia di marra, la rossa terra africana sotto di noi. Fred, il nostro autista, non conosce tregua. Scossoni e polvere, tanta polvere, i finestrini aperti, il sole che picchia forte, il rumore assordante e tanto, tanto da vedere. All’arrivo la testa mi rimbomba, le gambe sono deboli, ma ce l’abbiamo fatta: siamo nella terra dei Karimojong.
È mattina presto. La vita chiama, intensa e piena. Partiamo per l’ospedale di Kotido. Nel cortile ci immergiamo in un mare di colori. Saranno un centinaio le donne e i bambini avvolti da stoffe variopinte. Con occhi spalancati ci guardano incuriositi. I piedi scalzi, le grida dei più piccoli, le voci timide dei più grandi, l’odore forte ed intenso. Mi tremano le ginocchia. Loro sono qui per la vaccinazione dei neonati, in cambio avranno qualche chilogrammo di farina di mais e olio di palma.
L’ultimo giorno in Karamoja. Assieme ad Alessandro ci inoltriamo nella Musas Valley. Un piccolo sentiero stretto. Le piante di sorgo e di mais mi arrivano fin sopra la testa. Qui nella jungla, andrei avanti per ore. La sento forte, l’essenza di vita. Sono fradicia, l’aria è umida e calda, il ritmo è scandito e veloce. Il silenzio, la voce della natura, siamo solo noi e lei.
Vogliamo salire in alto.
E in alto arriviamo. Sono lì ad attenderci nel loro villaggio a 2.000 metri di altezza, i Tepez, i Karimojong della montagna. Macete in mano, piedi scalzi, occhi profondi, la vista mozzafiato, la natura selvaggia. Coltivano il mais per sopravvivere. Vorrei fermare il tempo. Mi sento anch’io un po’ Tepez, in fondo anche noi ladini siamo una “tribù” di montagna.

Elide
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