Piccolo Ajani… sei positivo all’HIV!

Il nostro sopralluogo ha inizio e ci addentriamo in quello che ha tutta l’aria di essere un complesso labirinto. Le strette viuzze sono colme di immondizia e nell’aria si respira un fetore di urina

"Nel momento in cui ci vedono arrivare parte il coro “Muzungu, Muzungu” (uomo bianco, uomo bianco) e senza battere ciglio ci corrono appresso."
 

HIV, Aids, immunodeficienze sono termini che grazie a Dio sono in disuso nella realtà nella quale viviamo. Malattie che conosciamo quasi solamente dagli anni sessanta.
Questi termini rappresentano invece l’attualità qui negli slum di Kampala, dove abbiamo avuto l’occasione di vivere questa situazione con i nostri stessi occhi.
L’addetto alla sicurezza che ci scorterà nello slum ci tiene ad aprirci gli occhi su alcuni temi…
Namuwongo è uno dei più grandi e malfamati slum dell’intera Uganda. Qui abitano 20.000 persone, in delle vere e proprie baraccopoli fai da te, circondate da sporcizia, immondizia ed escrementi.
La poca acqua disponibile agli abitanti di Namuwongo proviene dalle fogne della città ed è in gran parte contaminata. La povertà che si respira in questi luoghi è disarmante. Il 40% della popolazione guadagna in media 250 scellini ugandesi al giorno, meno di 1 euro, troppo poco per garantire un’esistenza dignitosa. A tutto ciò va aggiunto il grosso problema rappresentato dall’HIV che in questi luoghi rasenta il 20%, con tendenza ad aumentare. Ogni donna mette al mondo in media tra i 6 e gli 8 bambini e da recenti stime si evince che nello slum almeno 2.500 di essi siano positivi all’HIV.

Il nostro sopralluogo ha inizio e ci addentriamo in quello che ha tutta l’aria di essere un complesso labirinto. Le strette viuzze sono colme di immondizia e nell’aria si respira un fetore di urina. Le persone sedute dinanzi alle loro case ci fissano e in lontananza scorgiamo una marea di bimbi denutriti con la pancia gonfia, con vestiti improvvisati e scalzi che giocano felici nel bel mezzo di una discarica a cielo aperto.
Nel momento in cui ci vedono arrivare parte il coro “Muzungu, Muzungu” (uomo bianco, uomo bianco) e senza battere ciglio ci corrono appresso. Siamo letteralmente circondati da bambini urlanti che ci toccano, ci abbracciano… ma soprattutto ci sorridono. Non dimenticherò mai quel bambino di due anni, completamente nudo, che mi prese per mano e sorridente rimase a fissarmi. Un’emozione indescrivibile.
Com’è possibile che questi bambini debbano far fronte a un destino così crudele e spietato? Cos’hanno fatto per meritare tutto questo?
Assolto tra i miei pensieri mi pervade un senso di impotenza e di angoscia! Non ce la faccio… devo andare avanti!

Ci mettiamo alla ricerca di Ajani, un bimbo di 6 anni, che volontariamente si è reso disponibile a farci conoscere la sua famiglia. Troviamo Ajani assieme ai suoi amici mentre stanno giocando a calcio in un campo che sa tanto di discarica; immagini già viste e riviste. Poco dopo il piccolo si materializza di fronte a noi e sorridente ci dà il benvenuto come da tradizioni locali: “Wasuteotya”! Un bambino solare, spensierato e con una vita intera di fronte a sé. Purtroppo come spesso capita in queste parti del mondo, l’euforia e la gioia sono solo passeggere e svaniscono presto. Veniamo a sapere dalla nostra guida che il piccolo è risultato positivo al test dell’HIV e che ancora non ne è al corrente. Com’è possibile tutto ciò? Perché un bambino di 6 anni deve sopportare tutto ciò? Come faremo a comunicarglielo? Chi avrà l’arduo compito di farlo? Come reagirà?

Andy

Andy
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