Quando ci si incontra una volta ci si incontra per sempre

Quando ci si incontra una volta ci si incontra per sempre
Quando ci si incontra una volta ci si incontra per sempre

Le donne attiviste nell’associazione RAWA promuovono, a rischio della loro stessa vita, una battaglia politica per la difesa dei diritti delle donne

La battaglia sarà dura, si dovrà esercitare una grande forza, che non significa violenza. Sono convinta che questa forza verrà soprattutto dalle donne, che saranno le donne, pacificamente, a liberare l’Afghanistan, guidandolo fuori dall’attuale medioevo, non le guerre: “Le guerre colpiscono il popolo e le genti tutte”.
 

È venuta a trovarci a Corvara Carla Dazzi volontaria della Ong "Insieme si può..." di Belluno, fotografa non solo per passione, ma per testimoniare vite e luoghi che non si raccontano mai. E ci racconta così:

Dal 2002 mi reco in Afghanistan e Pakistan, in visita ai progetti per la tutela dei diritti umani fondamentali e per il sostegno scolastico, sanitario e sociale in particolare di donne, bambini e rifugiati.

Nel marzo 2002 sono entrata per la prima volta in un campo profughi afgani in Pakistan e lì ho incontrato gli sguardi di tante donne e bambini. Li ho colti e li ho fissati nelle foto perché quel gioco si ripetesse all’infinito e coinvolgesse sempre più non semplici spettatori ma autentici interlocutori.
Qualcuno ha detto “quando ci si incontra una volta ci si incontra per sempre….” per me è stato vero, anche attraverso la fotografia.

E’ stata anche la prima volta del mio incontro con il coraggio e la determinazione delle donne attiviste nell’associazione RAWA www.rawa.org che con instancabile dedizione e fiducia promuovono, a rischio della loro stessa vita, una battaglia politica per la difesa dei diritti delle donne e per la loro partecipazione ad ogni sfera del vivere sociale in uno Stato laico, democratico e libero dall’integralismo religioso.
Esiste anche un altro Afghanistan di cui si parla poco, un paese di donne e uomini che, pur vivendo dentro i conflitti, cercano soluzioni alternative a quelle basate sui rapporti di forza e l’uso della violenza.
Dare voce a queste realtà democratiche poco conosciute significa rompere i luoghi comuni che generano la guerra, significa aprire nuove strade per la pace.

Conoscere una parte di queste donne è stato ed è un grande privilegio.
Camminare accanto a loro è una grande ricchezza ma anche una grande responsabilità che chiede di mantenere viva l’attenzione sull’Afghanistan ed esige un impegno costante a sostegno dei loro progetti per la realizzazione dei diritti umani in un paese che ha tanto bisogno di pace per avere un futuro.
E non può esserci futuro fintantochè le donne saranno e vivranno inascoltate, emarginate, escluse, anche da un’interpretazione politica dell’Islam che, lontana dall'essere autentica espressione di fede in armonia con l’uguaglianza e la democrazia, è strumento di giustificazione di poteri.

Va da sé che la battaglia sarà dura, che si dovrà esercitare una grande forza, che non significa violenza. Sono convinta che questa forza verrà soprattutto dalle donne, che saranno le donne, pacificamente, a liberare l’Afghanistan, guidandolo fuori dall’attuale medioevo, non le guerre: “Le guerre colpiscono il popolo e le genti tutte”.
Ecco perché occuparsi in particolare delle donne che sono figure marginali in una società tribale-tradizionalista, attraversata dal vento gelido del fondamentalismo.

Credere in loro, aiutarle a portare alla luce i loro intimi desideri, vuol dire sostenerle nel travagliato cammino della presa di coscienza della propria realtà di soggetti portatori di diritti umani, rompere quel vissuto di rassegnazione che le condanna alla passività, costruire insieme a loro le ragioni della speranza.
E oggi più che mai le donne e i bambini sono la speranza.

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