Meritarla, ogni giorno.
La domanda più onesta che ci fanno è anche la più difficile a cui rispondere. Non perché non vogliamo farlo. Ma perché la risposta vera è più complessa di quanto sembra.
«Ma come fate a sapere che i soldi arrivano davvero?»
È la domanda che ci fanno più spesso. Ed è giusta.
Lavoriamo con partner a migliaia di chilometri di distanza. In Uganda, in Afghanistan, in Nepal, in Tibet. Non possiamo essere presenti ogni giorno. Non possiamo controllare ogni singolo passaggio.
E chi dice di poterlo fare, probabilmente, sta raccontando una storia troppo bella per essere vera.
La risposta onesta è questa: non possiamo avere la certezza assoluta.
Quello che possiamo fare è costruire relazioni solide nel tempo, scegliere i partner con cura, verificare i risultati, rendicontare quello che facciamo.
E avere il coraggio, quando qualcosa non va, di dirlo — con la stessa chiarezza con cui raccontiamo i successi.
In passato abbiamo chiuso progetti che non funzionavano. Abbiamo cambiato partner quando il rapporto non reggeva. Abbiamo corretto il tiro quando ci siamo accorti che una strada non era quella giusta.
Non perché siamo infallibili.
Ma perché la trasparenza, per noi, non è uno slogan. È il modo in cui lavoriamo.
E tutto questo — ogni decisione, ogni progetto, ogni relazione — si regge su una cosa sola.
La fiducia.
La fiducia è strana.
Non si vede, non si misura, non si dimostra con un documento. Si costruisce lentamente, con la coerenza, con il tempo, con i fatti. E può bastare poco per perderla.
In agosto ce ne siamo ricordati — due volte, in modo molto diverso.
La prima ci ha fatto male.
Qualcuno ci ha chiesto aiuto in una situazione di grande difficoltà. Non era il tipo di aiuto che potevamo dare come Fondazione. L'abbiamo detto subito. Abbiamo fatto quello che potevamo fare come persone: ascoltare, segnalare, condividere nella nostra rete.
Non è bastato.
La persona ha dubitato di noi. Ha cercato prove. Non le ha trovate — non perché non esistessero, ma perché certe azioni non lasciano tracce visibili.
Ci ha addolorato. Non per la sfiducia in sé — che, in una situazione difficile, possiamo capire. Ma perché ci ha ricordato qualcosa di vero:
la fiducia non si può pretendere. Si può solo cercare di meritarla.
E a volte, anche quando ci provi davvero, non basta.
La seconda storia è cominciata nel 2022.
Era venuto in Alta Badia dall'estero per partecipare a un evento di ciclismo. Aveva soggiornato all'Hotel La Perla. Durante quella permanenza aveva conosciuto, anche solo di sfuggita, la realtà della Fondazione. Ma evidentemente aveva capito come lavoriamo.
E si era detto: un giorno vorrò fare qualcosa per loro.
Non lo aveva detto a nessuno. Non aveva fatto promesse. Era semplicemente un pensiero rimasto lì.
Poi, a giugno di quest'anno, ci ha scritto una mail. Ci ha raccontato la sua idea — raccogliere fondi, coinvolgere i suoi amici e la sua famiglia, trasformare il proprio compleanno in un'occasione per sostenere qualcun altro. Noi abbiamo scelto il progetto insieme. Lui ha fatto il resto.
Mercoledì scorso ha scelto di venirci a trovare. Non per controllare. Per stare insieme, condividere, capire.
Ha fatto domande. Ha ascoltato. E quando è ripartito ci ha scritto:
«Grazie per avermi dato l'opportunità di restituire qualcosa a persone che non hanno avuto la fortuna di nascere in un paese come il mio.»
Tra la sua donazione e quelle raccolte attraverso i suoi amici e la sua famiglia, siamo arrivati a 12.750 € per il nostro nuovo progetto di agroforestazione in Uganda.
E a gennaio andrà in Uganda con suo figlio e sua figlia. Non tanto per vedere che fine hanno fatto i suoi soldi. Ma per fare qualcosa con le mani. E — parole sue — per iniziare nel migliore dei modi l'anno nuovo.
Queste due storie stanno insieme.
Quella di chi non è riuscito a fidarsi. Quella di chi, senza che nessuno glielo chiedesse, ha custodito un pensiero per quattro anni e poi ha deciso di trasformarlo in qualcosa di concreto.
Ci ricordano entrambe la stessa cosa: la fiducia è fragile. Va curata ogni giorno.
Non si ottiene una volta per tutte. Si costruisce con la coerenza, con la trasparenza, con il tempo. È la base di tutto quello che facciamo. Senza di essa, nessun progetto regge. Nessun aiuto arriva davvero. Nessuna relazione dura.
Lavoriamo ogni giorno per meritarla: dai partner sul campo, dai donatori, da chi ci segue da lontano.
Non sempre ci riusciamo. Ma non smettiamo di provarci.
E qualche volta la fiducia prende una forma inaspettata.
Una persona arriva dall'altra parte del mondo per una gara di ciclismo.
Soggiorna in un albergo.
Ascolta una storia.
Si porta a casa un pensiero.
E quattro anni dopo, nel giorno del suo compleanno, decide di trasformarlo in un regalo per qualcun altro. A migliaia di chilometri di distanza.
Grazie a chi continua a fidarsi di noi.
Fabio Bertocchi