IL PICCOLO GEORGE

La madre viene dal villaggio di Kablivè, non parla una parola di francese ma ha il carnet sanitario, da cui ci si può capire qualcosa in più. Il piccolo George due settimane fa si era chinato e, ahimè, sbilanciato sulla pentola della polenta appena tolta dal fuoco, finendoci dentro fino al gomito. Arrivati a casa sua ci dicono che madre e figlioletto sono andati al fiume a prendere l’ acqua e così li aspettiamo, il piccolo George ha bisogno di cure. 

Settembre 2018
Carissimi tutti sostenitori e amici, volontari nuovi ed affezionati, rieccoci. Il grande tavolo della sala di comunità sembra il banco della cartoleria dove andavo da piccola: quaderni colorati grandi e piccoli, matite, biro, righelli e libri di testo. È iniziata la scuola! Proprio così amici, mentre fuori ancora piove a dirotto e tutto è fango e rivoli d’acqua, il complesso scolastico Cuori Grandi ha aperto i battenti alle classi di materna, elementari e, da quest’anno, anche alle medie. È un tempo molto impegnativo per noi ma per fortuna l’infermeria non resta mai scoperta e anche quando la nostra Aline si prende alcuni giorni di ferie, la Provvidenza invia due giovani medici dall’Italia a coprire la sua assenza. Oggi vorrei concentrare la vostra sensibilità su di un solo caso, per potervelo raccontare bene. È il 9 settembre, una domenica mattina appena dopo la messa. C’è gente fuori casa: sono i pazienti che devono ricevere la seconda o terza iniezione di antimalarico. Normale routine che si risolve in pochi minuti. Tra la folla che si muove disordinatamente e il sovrapporsi delle stoffe colorate, sbuca una mamma che si mette a dialogare con Mari, gettandola nel panico. “ Venite a vedere! Correte! È successa una cosa gravissima!”, grida. E quando ci avviciniamo per capire meglio, ci troviamo davanti la giovane donna con un bimbo di 2 anni e mezzo legato alla schiena, che tiene piegate a mezz’aria le braccine dove mani e avambracci sono mangiati da pus e secrezioni giallognole. È una scena riluttante. La madre viene dal villaggio di Kablivè, non parla una parola di francese ma ha il carnet sanitario, da cui ci si può capire qualcosa in più. Il piccolo George due settimane fa si era chinato e, ahimè, sbilanciato sulla pentola della polenta appena tolta dal fuoco, finendoci dentro fino al gomito. La crema bollente si è appicciata alla pelle, cuocendogliela. Era comunque stato accompagnato da noi in infermeria e di conseguenza trattato. Una volta di ritorno al villaggio però, il padre non era a casa e il consiglio dei vecchi ha imposto alla donna di togliere bende e medicazione appena ricevute e di ricorrere alla medicina tradizionale. Per ben 15 giorni il bimbo è stato “curato” con erbe, gusci polverizzati e bava di lumache fino al momento in cui i continui e strazianti lamenti del piccolo e l’odore nauseante delle pustole hanno fatto riflettere il giovane papà. L’ indomani George è stato caricato sulla moto e insieme ai genitori ha approcciato un centro di salute non lontano da noi, dove non hanno potuto fare altro che rescrivere antibiotici e rifare la medicazione. Avvertita la gravità della situazione, oggi, la mamma è ritornata da noi senza parole, sola, forse con tanta vergogna e timore di essere sgridata. Ma la situazione è seria, a che servono i rimproveri? Ci sarebbe da partire subito per la capitale, ma di domenica non si trova nessuno in ospedale…a meno che non si tratti di un’urgenza, ma visto che sta così da più di due settimane non verrebbe accettato. Non resta che darle appuntamento all’ indomani mattina prestissimo, ricordandole di portare tutto il necessario per il ricovero. Ma, come molti di voi ben sanno, i programmi spesso sono utopie e, anche in quest’occasione si aspetta fino alle ore 8 per poi prendere la Toyota e andare alla ricerca della donna perduta. Strada facendo prendiamo con noi il capo villaggio di Kablivè per aiutarci nella ricerca e nelle traduzioni. Ad un certo punto siamo obbligati a parcheggiare e proseguire a piedi. Il cielo è coperto ma non chiama acqua per fortuna; camminiamo in fila indiana in un sentierino di terra rossa dissestato che taglia i campi di cotone in fiore. Il paesaggio è stupendo. Ma dov’ è George?! Arrivati a casa sua ci dicono che madre e figlioletto sono andati al fiume a prendere l’ acqua. Aspettiamo comodamente seduti sotto un baobab su delle sedie fatte uscire frettolosamente dalle capanne circostanti. Il ragazzo che si era offerto di andare a cercarla torna dicendo che non l’ha vista; gli risponde una donna mezza nuda che dev’essere andata a prendere l’erba per le capre, ma non al fiume. Le nuvole corrono veloci sopra le nostre teste mentre recitiamo il santo Rosario e il cortiletto si anima sempre più di bestie, bambini sporchi e malconci, curiosi ed esperti ricercatori. A mezzogiorno, il profumo della polenta che si propaga nell’aria, ci fa sperare che qualcuno possa rincasare e infatti… voilà che appare prima il papà e poi la mamma col piccolo nascosto dalla fascina di erba che la donna porta sulla testa. Finalmente, dopo aver spiegato che è obbligatorio portare ORA il piccolino in ospedale a Lomé, o potrebbe essere troppo tardi, ecco che i genitori decidono di prepararsi e di partire con noi. È la una. Fra meno di due ore sarà affidato al servizio sociale che si incarica di fare tutti gli sconti possibili per analisi e atto chirurgico. Alle 19 entrerà in sala operatoria dove, senza anestesia, “a secco”, li spelleranno letteralmente mani e avambracci. Mentre il padre lo immobilizza, la madre resta fuori ad ascoltare le urla che pare arrivino dall’inferno. Quando esce è sfinito, senza più fiato, senza più nemmeno lacrime, è esausto; si addormenta fra le braccia della madre che si rivolge a Mari dicendo: “adesso andiamo a casa”! Il piccolo George rimarrà invece ricoverato per una quindicina di giorni e tra medicazioni, pianti e antibiotici la bruciatura si ridurrà sempre più fino ad essere fuori pericolo infezioni e quindi potrà rientrare all’amato villaggio. Se non avessimo deciso di “perdere tutto quel tempo” cercandolo, facilmente avremmo perso lui.

Suor Patrizia
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